domenica 6 settembre 2026

Milano

Sabato 19 settembre a via San Mamete 8 (angolo via Adriano), nello stabile popolare MM, sarà inaugurata la mostra collettiva Contact a San Mamete. Una casa senza pareti che è parte centrale del progetto Contact San Mamete, ideato dall’associazione City Art, allo scopo di promuovere le relazioni e la socialità all’interno degli stabili popolari, e in generale la comunicazione tra lo spazio domestico e quello pubblico. L’evento è parte del progetto Contact San Mamete, promosso dall’associazione City Art e finanziato da MM. Il giardino, la portineria, il cortile e le mura dello stabile saranno lo sfondo delle installazioni di otto artisti, che rifletteranno sulla congiunzione tra spazio privato e dell’incontro: Angelo Caruso, Gruppo Flessibile, Francesco Garbelli, Atefeh Kas, Pino Lia, Gabriele Mundula,  Premiata Ditta. I soci di City Art e gli artisti che partecipano al progetto Contact a San Mamete hanno inteso lavorare in diversi modi sulla frontiera tra interno ed esterno, tra pubblico e privato, sullo scambio tra storia e memoria. È qualcosa che va riallacciato con pazienza e mediato dalla bellezza dell’arte, in contesti dove a volte il disagio, la chiusura, l’età e la solitudine si fanno sentire è importante riportare la socialità e il dialogo. A questo scopo è stato concepito un progetto di arte pubblica, “per valorizzare il contesto, il territorio, e la cooperazione responsabile tra abitanti e passanti, alla ricerca di una comunità capace di trovare stupore nell’arte di stare insieme”, così nelle parole di Jacqueline Ceresoli, presidente onorario di City Art. Un’arte che sia inclusiva, che coltivi un luogo delle differenze culturali e sociali, che sia modalità di cura per una umanità migliore, ancora nelle parole di Ceresoli. Le installazioni costituiscono anche una lettura simbolica del condominio, delle sue storie, delle memorie, degli usi e delle potenzialità. Il duo artistico Premiata Ditta (Anna Stuart Tovini, Vincenzo Chiarandà) ha sempre proposto progetti partecipativi che hanno coinvolto altri artisti o il pubblico, utilizzando media diversi. Negli ultimi anni ha sviluppato un'opera articolata denominata Frottage. Un dispositivo socievole che consiste nel disegnare portoni e cancelli di diversi quartieri milanesi. In occasione della mostra Contact a San Mamete, Premiata Ditta propone il frottage dell'entrata del palazzo. Durante l’inaugurazione sarà eseguito il disegno e con-temporaneamente sviluppato un dialogo con alcuni abitanti del palazzo che racconteranno storie e aneddoti della casa nel tempo. Il disegno sarà infine appeso sulla sulla saracinesca della portineria. In La casa condivisa Atefeh Kas proporrà una versione di una casa non come rifugio ma come spazio di dialogo approntando un tendone in rete con un tappeto bianco all’interno del cortile. La casa viene generalmente definita come uno spazio privato: un luogo in cui ritirarsi dallo sguardo degli altri, trovare rifugio dal mondo esterno e costruire un confine tra la sfera pubblica e quella personale. Muri, porte e finestre sono gli strumenti che rendono possibile questa separazione, trasformando la casa in un territorio di intimità, sicurezza e appartenenza. Questo progetto nasce dal desiderio di ripensare il concetto di casa e di spostarne i confini. Cosa accadrebbe se la casa non fosse uno spazio di separazione, ma un luogo di incontro, dialogo e costruzione di relazioni? Se, invece di offrire un nascondiglio, rendesse possibile vedere ed essere visti, ascoltare ed essere ascoltati? Durante il periodo di permanenza dell’opera, gli abitanti del palazzo saranno invitati a entrare nello spazio, sostarvi, conversare tra loro e lasciare tracce delle proprie esperienze, memorie o riflessioni scrivendole su fogli di carta. Questi contributi verranno progressivamente affissi sulla struttura della tenda, dando forma a un archivio collettivo di voci, racconti e presenze. In questo modo, la tenda supera la sua funzione di semplice struttura fisica per diventare una casa temporanea e condivisa: una casa che non appa-tiene a un singolo individuo, ma a una comunità, e che trova il proprio significato attraverso la partecipazione e la presenza dei suoi abitanti.



Il presidente di City Art, Angelo Caruso, proporrà uno specchio che permetterà ai visitatori di essere ricompresi nel paesaggio vegetale dei banani e in una porzione di cielo, in un dispositivo poetico che invita a modificare il proprio punto di vista. Lo specchio, collocato ai piedi delle grandi foglie di banano, non restituisce un semplice riflesso, ma costruisce un’immagine inattesa in cui il cielo e la vegetazione sembrano fondersi in un’unica dimensione. L’opera trasforma un angolo di natura urbana in un luogo di contemplazione e di relazione: chi osserva è chiamato a riconoscersi all’interno del paesaggio, diventandone parte integrante. Il riflesso rompe la percezione ordinaria dello spazio e suggerisce un dialogo continuo tra realtà e immagine, tra ciò che è visibile e ciò che può essere immaginato. In questa installazione Caruso conferma la sua ricerca sull’arte pubblica come esperienza condivisa, capace di attivare una partecipazione spontanea e di valorizzare il contesto attraverso un gesto minimo ma carico di significato. Specchiarsi diventa così una metafora dell’incontro con l’altro e con l’ambiente: un invito a guardare il mondo con uno sguardo rinnovato, dove natura, città e osservatore si riflettono reciprocamente in un equilibrio fragile e sorprendente. Ancora i banani di San Mamete 8, questa presenza sorprendente, esotica e poetica, saranno al centro di un’altra opera, Eco, prima puntata del progetto Empatonauta. Lo scopo è inserire in luoghi caratterizzati da stati di incuria e degrado piccole installazioni  composte principalmente da corde nautiche di varie dimensioni rosse come il sangue ma, allo stesso tempo, consumate dal tempo. L’opera nasce dall’intuito e segue i punti energetici che vengono suggeriti dal contesto e, aggrappandosi ad elementi sia naturali che artificiali, evidenziando l’unione indissolubile tra uomo e natura, materia e spirito, mente e cuore.  dove l’artista Gabriele Mundula cercherà di tracciare in modo visibile tramite le corde nautiche rosse un flusso di energia. I banani hanno dei bulbi in crescita e terra fertile che li nutre ma hanno anche bisogno di energia. Per San Mamete 8, l’intuizione è nata dallo scorcio visivo creato dalla presenza di due alberi di banane posti nel cortile che si affacciano sul fronte strada. Guardando in terra nelle vicinanze si possono notare la presenza di bulbi in crescita che suggeriscono la presenza di un terreno fertile in cui l’energia scorre positivamente. In Tavola natura periferica di Pino Lia, sulla tavola imbandita, ma anche nelle calotte a terra, compaiono frammenti della natura, come bacche, licheni, radici, frutti, foglie, raccolti in loco. Quotidianamente a questi elementi (apparentemente secondari) diamo un’importanza marginale rispetto ad altri che sono ben più visibili. Ecco allora che ricollocati in un ambito di maggiore visibilità, suggeriscono nello spettatore una più forte consapevolezza del vivere in rapporto a ciò che lo circonda. L’installazione acquista valore di paesaggio, manifestando un’attenzione per la natura in toto e per la sua enorme vitalità, con la quale l’uomo è chiamato a interagire. Francesco Garbelli, in un intervento anch’esso in dialogo con il contesto, installerà lungo il muro del percorso verso il giardino che i bambini utilizzano per andare all’asilo simboli animali in pericolo di estinzione, secondo la cifra stilistica che lo caratterizza. Gruppo Flessibile propone in Spazio tangibile un percorso tattile che si snoda lungo il giardino dell’edificio e che invita a pensare un edificio abitato come un corpo. Ulteriori informazioni: City Art. 

venerdì 4 settembre 2026

Piacenza

La prima cosa che si nota sfogliando Immagini di una città. Piacenza, 2019-2025 è la mancanza di esseri umani. In tutta la Piacenza revisited da Paolo Ribolini c’è solo una ciclista in via Monte Carevolo, una donna sulla panchina in piazza Duomo e qualche altra ombra in lontananza, compresa una ragazza nell’ultima pagina all’incrocio tra via Borghetto e via Cittadella. È come se la città fosse stata colpita da una bomba al neutrone, uno dei tanti folli ordigni inventati nel ventesimo secolo, che, grazie alle sue radiazioni, colpiva gli esseri umani e lasciava intatte le infrastrutture. Per fortuna, Piacenza è stata soltanto ospite della creatività di Paolo Ribolini che, dalla sua quotidiana esperienza di reporter, sa che non si possono raccontare tutte le storie insieme e trovandosi a un bivio ha scelto di concentrarsi sulle geometrie della città, sulle linee urbane, sulle curve delle periferie, su scorci notturni dove la città è ritratta in una bellezza rarefatta, desertica e onirica come se fosse il set di un film di Fellini. Qualcosa deve essere successo nel tragitto tra Lodi, da dove parte di solito Paolo Ribolini, e Piacenza perché è una viaggio lineare, diritto e senza deviazioni, come se fosse una proiezione ortogonale a due dimensioni, mentre la sua visione di Piacenza è assonometrica perché la fotografia trova prospettive singolari in ogni angolo della città. E non soltanto in termini di spazio, ma anche di tempo: le scalinate e i portici di uno o due o più secoli fa, i palazzi di oggi e di domani, gli edifici in costruzione e quelli abbandonati, nella luce dell’alba o nel chiaroscuro del tramonto sembrano ricordare quello che diceva il pittore Francesco Clemente: “È davvero impossibile, dovunque ci si trovi, guardare un luogo mentre si è in quello stesso luogo. Bisogna guardarlo dall’esterno per vedere cosa c’è veramente”. Paolo Ribolini vede Piacenza da una posizione privilegiata e si permette di osservarne tutto uno spettro cromatico che nella realtà non è mai così in risalto, anche perché, prima di tutto, bisogna farci caso, e il più delle volte non basta neanche trovare il momento giusto. Bisogna crearlo. È così che Paolo Ribolini vive la fotografia, ovvero, per dirlo con le sue parole, “come esplorazione e documentazione della città, metodo del quale mi sono servito per realizzare il progetto, diviene una forma importante di testimonianza”. La coabitazione forzata di landscape e manscape, tra naturale e artificiale, tocca in un modo o nell’altro tutte le Immagini di una città: le distanze negli anni sono estreme e si vede nel contrasto tra vetro e acciaio e architetture romaniche ed è lì che la fotografia diventa espressione critica di un conflitto, dell’attrito tra l’essere umano e l’ambiente. I fiumi e i ponti, le strade e le ferrovie, le rive e le carreggiate, le insegne e gli alberi compongono una bellezza che bisogna saper vedere e osservando con scrupolo le Immagini di una città appare verosimile quello che scrive Enzo Latronico: “Fotografare è un atto di cura, di rispetto verso il mondo che ci circonda. È l’invito a rallentare, a porgere attenzione, a leggere la realtà con occhi nuovi. È il gesto gentile di un incontro tra il visibile e l’invisibile, tra la superficie delle cose e la profondità del tempo. Attraverso la fotografia, la città, il volto, il paesaggio diventano narrazioni. Storie mute che illuminate da uno sguardo sensibile ritrovano voce e vita. Così la fotografia diventa una mappa emozionale, una tessitura di ricordi, un ponte tra chi guarda e ciò che viene guardato”. Nella visione di Paolo Ribolini hanno un posto eccezionale le finestre, aperte o chiuse, appaiono come piccoli varchi verso le vite che nascondono, ma siamo in presenza di un osservatore molto discreto, il suo scoop è un angolo di luce che scopre i graffiti e i murales, i cavi dell’alta tensione e i cartelli stradali. Piacenza è una città di incroci, di passaggio ed è il movimento a definirla: per quanto dissimulati dell’accuratezza delle sfumature luminose colte da Paolo Ribolini i contrasti rimangono fortissimi e la città prende vita in un modo tutto suo perché come scrive Mauro Molinaroli: “Piacenza non si scompone e guarda altrove. E forse è proprio l’intimismo piacentino a precludere l’interesse di scrittori e registi. Piacenza non fa presa più di tanto. Su questa città le luci della ribalta raramente si sono accese”. È il destino di tante città della provincia, tutte molto simili, con i loro limiti e i loro pregi, i parcheggi desolati e i vicoli oscuri, i cancelli e i semafori, quell’impressione di trovarsi in uno spazio che muta senza cambiare, che resta sempre lo stesso eppure si porta via una parte di noi, che si accende proprio come si spegne. È proprio quella sensazione descritta alla perfezione da Robert Frost: “Ci lasciano alla strada che abbiamo presa così, come due sul cui conto si fossero sbagliati, che nell’angolo a volte ce ne stiamo acquattati, coi nostri ostili, erratici e serafici sguardi, tentiamo di non sentirci dimenticati”. È un momento difficile da cogliere, ancora di più da capire, ma nella Piacenza di Paolo Ribolini succede spesso e quando succede, wow, succede davvero.  

giovedì 3 settembre 2026

Castiraga Vidardo


Lasciati assalire, il romanzo di esordio di Michele Casiraghi, sarà presentato domenica 20 settembre a partire dalle ore 11.45 presso la comunità Il Pellicano, località Monte Oliveto, Castiraga Vidardo (Lo). Lasciati assalire (Manni, 144 pagine, 17,50 euro) è un romanzo singolare e sorprendente che tocca temi delicati e impegnativi con una sua particolare grazia: un falco pellegrino e il suo falconiere raccontano la propria esistenza in un’alternanza di flussi di coscienza e scene venatorie, compagni di caccia e sogni. Le due identità sembrano a tratti confondersi diventando indistinguibili. È un’educazione alla convivenza in cui l’animale impara ad adattarsi ai ritmi del suo padre-carceriere e scopre di amarlo, così come accade all’uomo, il quale guarda con orgoglio il falco che si perfeziona come predatore. Quasi fossero sedute di psicoanalisi, sono costretti a confrontarsi con ciò che sono, fino a una mutazione che apre alla possibilità di liberarsi dalle proprie catene e diventare altro.

martedì 11 agosto 2026

Codogno

Con una copertina brillante di giallo, giunge al numero 69, Kamen’, la rivista di poesia e filosofia diretta da Amedeo Anelli che si segnala sempre per l’originalità delle scelte e per l’accuratezza degli approfondimenti. La prima parte è dedicata a venti poesie di Peter Quintus Robert Anderson (a cura di Mara Boccaccio), autore sudafricano di “versi di desiderio e gratitudine, ma anche di testimonianza sociale e personale, meno confessionali rispetto alla poesia americana della metà del ventesimo secolo, ma capaci di spalancare il cuore umano nella sua risoluta speranza di una vita da non perdere o abbandonare. Si potrebbe parlare, non in senso tradizionale, di tenaci inni alla vita, perseveranti nell’accettarne in modo radicale tutte le sfumature, non coniugate secondo i principi di giusto o sbagliato, ma percepite nella loro totale enigmaticità”. Come si può intravedere in una delle liriche più avvincenti, Paese spezzato dove Peter Quintus Robert Anderson ci ricorda che il nostro “il nostro futuro giunse al volante nella notte”. È solo delle numerose e possibili visioni raccolte dalla selezione antologica di Kamen’ 69 che Mara Boccaccio si premura di sintetizzare così: “L’occhio del poeta non fa distinzione, ma calibra con perizia la luce che traversa la realtà e distilla ogni elemento per restituirlo al lettore non trasformato, ma più vero. La poesia, d’altro canto, è uno stato di necessità per Anderson, il suo modo di stare al mondo, ed è proprio da questa profonda esigenza che scaturisce il suo sguardo scevro di giudizio, uno sguardo inclusivo”. Lo si nota, in tutta evidenza, nei versi in conclusione a In corso: “Ed è una rivolta; stiamo tutti ridendo a crepapelle sotto le luci. C’è un’idea: tenersi per mano”. Un sottile, invisibile, ma chiarissimo filo collega la poesia di Peter Quintus Robert Anderson alla seconda parte di Kamen’ 69 che è occupata da una validissima e corposa analisi di O bella ciao rivista da un punto di vista storico e critico. Darko Suvin (nella traduzione di Daniela Marcheschi) introduce così la sua intensa disanima della canzone: “In questi ultimi orribili anni di epidemie mortali, dal Covid-19 a guerre in tre continenti fino al Trumpismo, sono arrivato ad affidarmi a tanta musica per una consolazione e uno stimolo. Ciò mi ha fatto giungere a una comprensione più piena della canzone popolare italiana e internazionale che parla di un partigiano della resistenza armata e della sua tomba: O bella ciao. Globalmente odiata e ostacolata dai governanti è stata tradotta ed eseguita con entusiastici battimani dall’Europa fino all’America latina e a molta parte dell’Asia, sebbene i cori la cantino pure in Africa”. Per abbonamenti e/o ulteriori informazioni: Libreria Ticinum Editore. 

lunedì 10 agosto 2026

Invorio

         

Un ricco appuntamento dedicato al legame così indissolubile e così mutevole tra musica e parole è quello dell’edizione 2026 di Resta libero in programma domenica 6 settembre a Invorio (Novara). La prima parte della giornata, a partire dalle ore 17, sarà inaugurata da una tavola rotonda che verterà proprio attorno al tema della musica vista dalle pagine di libri e di riviste con la partecipazione di Marco Denti, Massimiliano Stoto e Gianni Lucini. Teoria e pratica si moltiplicheranno poi nell’articolarsi di Perché la notte, estensione della canzone d’autore di Resta libero che vedrà per l’occasione in azione gli Yo Yo Mundi di Paolo Enrico Archetti Maestri con Marialuisa Ferraro e Simone Lombardo in Alla bellezza dei margini e Michele Anelli, accompagnato da Andrea Lentullo in Dopo tutti questi anni. 

mercoledì 8 luglio 2026

Castiraga Vidardo

Già dal 2012 la comunità Il Pellicano di Castiraga Vidardo (Lo) ha avviato un percorso per ridurre i consumi e l’impatto ambientale fornendo le proprie strutture di pannelli solari. Le successive implementazioni nel 2021 con il progetto Verso impatto zero e nel 2024 con Ancora un passo hanno completato il sistema di approvvigionamento da fonti rinnovabili con la predisposizione di dodici colonnine di ricarica elettrica. Nel 2025 con l’ulteriore iniziativa Cuciniamo a impatto zero sono stata riqualificate le cucine con strumenti a induzione. All’inizio del 2026, l’adesione alla Comunità Solare, con la realizzazione del primo impianto fotovoltaico comunitario nel cortile del Pellicano, è uno dei primi esempi di integrazione tra realtà del terzo settore e transizione ecologica nel Lodigiano. Proprio proseguendo nel segno di questa sensibilità e della sua traduzione in atti concreti, il progetto Viaggiare a impatto zero, che partecipa ai Bandi 2026 della Fondazione Comunitaria della Provincia di Lodi prevede l’acquisto di un veicolo elettrico, integrato nel sistema di produzione energetica rinnovabile e fotovoltaico già esistente. L’auto sarà utilizzata per attività di logistica solidale e trasporto sociale, gestite da operatori, volontari e con gli ospiti della comunità avviati al reinserimento lavorativo. Al di là dell’applicazione pratica che, grazie alle stazioni di ricarica e all’appartenenza alla comunità energetica, consentirà un risparmio significativo, garantendo la continuità del progetto nel tempo, il coinvolgimento della comunità e del territorio mira a favorire l’impiego di nuovi modelli di sviluppo che attingono alle risorse naturali, promuovendo interventi improntati alla sostenibilità e volti all’identificazione degli sprechi e alla riduzione dei consumi.

martedì 7 luglio 2026

Milano

Frutto dell’alternanza di flussi di coscienza e scene venatorie, compagni di caccia e sogni, tra un falco pellegrino e il suo falconiere, Lasciati assalire (Analisi di un rapace in picchiata, Manni Editore, 125 pagine, 17,50 euro) è l’originale e sorprendente esordio letterario di Michele Casiraghi. Con una scrittura raffinata ed eloquente, Lasciati assalire racconta lo sviluppo di due identità che sembrano a tratti confondersi diventando indistinguibili. È un’educazione alla convivenza in cui l’animale impara ad adattarsi ai ritmi del suo carceriere e scopre di amarlo, così come accade all’uomo, il quale guarda con orgoglio il falco che si perfeziona come predatore. La libertà di entrambi forse dipende da “ un artiglio che ti piove dal cielo” o da “frammenti d’inconscio” che sottintendono quella mutazione che può arrivare solo dal confronto. Tutto giocato sulla riflessione, sull’analisi e sulla trasformazione interiore dalla solitudine dal dolore e dalla rabbia, Lasciati assalire verrà presentato martedì 14 luglio, ore 19.30, a Milano presso il Bistrò di Casa degli Artisti, via Tommaso da Cazzaniga, corso Garibaldi 89/A. Camilla Giraudi dialogherà con Michele Casiraghi, nato nel 1973 a Milano, dove vive. Ha studiato Arte drammatica a Parigi e Strategic Marketing alla New York University. Ha lavorato nel settore della comunicazione e collaborato con ONG in Africa e Cambogia. Realizza progetti fotografici, teatrali e audiovisivi. Per ulteriori informazioni: www.michelecasiraghi.com.

Lodi

mercoledì 10 giugno 2026

Voghera

Il tempo è relativo, non importa da che parte sta. Ci sono cellule che decadono e altre che si moltiplicano. Ci sono rock’n’roll band che esplodono, implodono o rimangono all’infinito e poi ci sono i Mandolin’ Brothers. Ogni tanto festeggiano un anniversario: trent’anni, quaranta, forse di più. È difficile capire anche l’età dei singoli membri e chissà come festeggiano i compleanni. Posso solo immaginare: una volta li ho incontrati per organizzare un concerto, e non sono più tornato a casa. Dai, lo sapete tutti che i Mandolin’ sono un’entità diversa che vive il rock’n’roll non come se fosse l’unica missione della vita, ma come se fosse la vita stessa. Con qualche vizio. Qualche anno fa, gli show dei Mandolin’ erano degli happening dove succedeva di tutto: c’era una danzatrice del ventre, o me la sono sognata? Qualcuno suonava un sitar? Probabile, ma una sera è salito sul palco con loro Jono Manson in quell’angolo speciale che era Spaziomusica e all’improvviso Pavia è diventata New York o Memphis o Austin, e se non è un miracolo quello, ditemi voi cos’è. I Mandolin’ sono così: appaiono un po’ dimessi, magari le camicie avrebbero bisogno un’aggiustatina, ma poi cantano Desolation Row verso per verso, strofa per strofa, senza dimenticare una parola, e suonandola come se Dylan fosse lì, intento a decidere se assumerli o no per il Never Ending Tour. Farebbero la loro figura, non c’è il minimo dubbio, perché non conoscono solo le sue canzoni (a proposito, c’è una spettacolare versione di Blind Willie McTell in arrivo) ma anche quelle di David Crosby, dei Little Feat o degli Allman Brothers. Una volta avevo bisogno un pezzo per uno spot, mi hanno mandato una canzone di Steve Earle. Lo stile è quello, generoso e accurato, e così anche se stanno insieme da secoli, non è che abbiamo prodotto granché perché il tempo è una cosa, e i tempi sono un’altra. Però quello che hanno inciso è tutto splendido, suona benissimo. Anche il nuovo album, Restless, in uscita alla fine di settembre, manda segnali forti e chiari, e andrà ascoltato a tutto volume, in modo che anche i vicini di casa capiscano e si adeguino al menù dei Mandolin’ Brothers che prevede sempre una certa quantità di decibel. Lo stanno producendo in compact disc e in vinile e visto che l’industria discografica ha fatto la fine che ha fatto, se lo producono da soli e hanno bisogno una mano per cui bisogna andare qui per sostenere lo sviluppo, l’evoluzione e la genesi e la rivelazione di Restless. Serve soltanto un piccolo sforzo ancora, poi i Mandolin’ Brothers potranno avviarsi a festeggiare pure il mezzo secolo di fedeltà a se stessi e al rock’n’roll. Conosco soltanto un’altra band che è durata così tanto, sta per uscire con un nuovo album e dice ancora che il tempo sta dalla loro parte, e sono pure in formissima, ma di sicuro non hanno bisogno del crowfunding.

martedì 5 maggio 2026

Melegnano


La voce narrante di Biagio Vinella e la chitarra di Evasio Muraro presentano a Radio Usom, venerdì 8 maggio, dalle ore 22 La cravatta blu, storia di un ragazzo cresciuto nella Torino degli anni Sessanta fra illusioni e delusioni di una generazione che ha vissuto speranze e turbolenze del dopoguerra. La regia è a cura di Max XXX Pala, la partecipazione è libera e gratuita, ma si può ascoltare e vedere in diretta su Radio Usom, A-Live & Kicking.

lunedì 4 maggio 2026

Aosta

In Argentina, il 24 marzo 2026, si è ricordato il cinquantesimo anniversario del colpo di stato militare perpetrato dai generali delle forze armate che, nell’ambito del Proceso de Reorganización Nacional, hanno rovesciato il governo democratico e instaurato una sanguinosa dittatura durata dal 1976 al 1983, causando la scomparsa di circa 30.000 persone, i desaparecidos. Dal 30 aprile 1977, in pieno periodo repressivo e sfidando i divieti di assembramento imposti dal governo militare, le madri di questi ragazzi e ragazze incominciarono a incontrarsi e sfilare in tondo davanti alla sede del governo, la Casa Rosada, per avere notizie dei loro figli. Nacque così l’associazione delle Madres de Plaza de Mayo che nel corso degli anni e attraverso azioni di denuncia hanno chiesto verità e giustizia per i desaparecidos. 


(Buenos Aires, 2025, Parque de la memoria. Il Monumento alle Vittime del Terrorismo di Stato, su cui sono incisi i nomi delle persone scomparse e uccise dalla repressione, è stato costruito in uno spazio pubblico a nord ovest della città, sulla costa del Río de la Plata, all’interno del Parque de la Memoria)


La mostra Ahora y siempre di Stefano Scherma, presso la sede espositiva dell’Hôtel des États di Aosta, attraverso un percorso multimediale che parte dalla fotografia, l’autore aostano esplora la memoria della repressione operata dalla dittatura argentina, in un’esposizione che accompagnerà il pubblico di piazza Chanoux fino all’estate. Le immagini realizzate da Stefano Scherma restituiscono il racconto delle Madri di Plaza de Mayo e ne amplificano il ricordo, proiettandolo sulla contemporaneità; dove impegno civile, memoria e testimonianza si incontrano. Con questo spirito si uniscono le due espressioni, ahora y siempre e nunca mas, che rappresentano i valori e la visione del mondo che da anni guidano il lavoro di ricerca di Stefano Scherma. 


(Buenos Aires 2022, Plaza de Mayo: “30 mil desaparecidos presente, ahora y siempre”. Questo è il grido utilizzato dalle madres durante ogni commemorazione dei figli scomparsi. Plaza de Mayo è uno dei luoghi simbolici in cui terminano la maggior parte delle manifestazioni della capitale. Il 24 marzo, anniversario del colpo di stato, si celebra el Día de la Memoria por la Verdad y la Justicia, in difesa della memoria delle vittime della dittatura)


Gli scatti in bianco e nero di Stefano Scherma dialogano con le testimonianze delle Madri di Plaza de Mayo: ricordare significa opporsi all’oblio, dare voce a chi è stato cancellato, trasformare il dolore in coscienza collettiva. Ogni fotografia diventa uno spazio di ascolto, un frammento che richiama l’assenza e restituisce presenza. In questo intreccio di silenzio e parole emerge una riflessione profonda sul significato della memoria, un invito a non distogliere lo sguardo, a riconoscere nelle immagini ciò che continua a interrogarci, a cui fatichiamo, ancora, e sempre, a trovare una risposta. La mostra è aperta fino al 26 luglio 2026, presso la sede espositiva Hôtel des États, Piazza Chanoux, Aosta, dal martedì alla domenica, dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18, l’ingresso è gratuito, per ulteriori informazioni: 0165.300552.

lunedì 27 aprile 2026

La Spezia

Un viaggio tra passato e presente per riscoprire il legame tra l’uomo, la natura e l’infinito: Ripensando il Romanticismo nell’arte contemporanea, fino al 13 settembre 2026, al CAMeC a cura di Elena Volpato, propone un’indagine profonda sull’eredità spirituale e visiva di tre maestri della pittura, Caspar David Friedrich, John Constable e J. M. W. Turner, mostrando i riflessi nelle opere di sette protagonisti della scena artistica internazionale, Giovanni Anselmo, Massimo Bartolini, Ian Kiaer, David Schutter, Linda Fregni Nagler, Pesce Khete e Michele Tocca. Lontana dall’essere una semplice celebrazione storica, la mostra racconta come ancora oggi sia importante nell’arte il legame tra uomo, natura e infinito. 

Il percorso si snoda attraverso tre filoni concettuali che corrispondono alle diverse “anime” del Romanticismo: l’arte ermetica e metafisica di Friedrich, il naturalismo schietto di Constable e il paesaggio come spazio mentale di Turner. Dice Elena Volpato: “Credo che dalla stagione poetica del Romanticismo ci giunga un invito irrinunciabile a recuperare una piena consapevolezza del nostro modo di stare al mondo, a prenderci il tempo necessario per scendere al di sotto della superficie delle cose, per tornare a parlare in arte di intensità espressiva e della tensione conoscitiva che ci deriva dalle emozioni”. 

giovedì 23 aprile 2026

Aosta

La curatrice Valeria Gorbova presenta così la mostra Tra luce e grazia, fino 2 giugno 2026 ad Aosta, Museo Archeologico Regionale: “Grigory Gluckmann occupa un posto unico nell’arte del Novecento. La sua vita si svolse attraverso i paesaggi culturali dell’Impero Russo, della Mosca rivoluzionaria, della Berlino di Weimar, di Firenze, di Parigi e degli Stati Uniti. Ciascuno di questi contesti contribuì a plasmare il suo linguaggio artistico, nel quale profondità psicologica e tecniche degli antichi maestri confluiscono in una sintesi distintiva. Questa mostra offre la prima occasione in Europa per riconsiderare la portata e il significato della sua eredità artistica”. Grigory Gluckmann (1898-1973) nacque a Polotsk, allora parte dell’Impero Russo. Nel 1917 entrò alla Scuola di Pittura, Scultura e Architettura di Mosca, ma nel 1920, nel pieno degli sconvolgimenti rivoluzionari, abbandonò gli studi ed emigrò a Berlino. Nel gennaio 1924 Gluckmann lasciò Berlino e si recò in Italia. Trascorse circa nove mesi a Firenze, dove lavorò sistematicamente nei musei e, per la prima volta, in uno studio tutto suo. Questo periodo si rivelò decisivo nella sua biografia artistica. Immerso nello studio della pittura rinascimentale, adottò la tecnica della pittura su tavola lignea, un metodo raramente utilizzato dagli artisti del Novecento e che avrebbe continuato a impiegare per tutta la sua carriera. Durante il soggiorno italiano partecipò anche alla Biennale di Venezia, entrando così nel circuito espositivo internazionale. Più tardi, sempre nel 1924, Gluckmann si stabilì a Parigi, allora epicentro del mondo artistico internazionale. Il suo debutto parigino ebbe luogo alla Galerie Druet, dove la sua prima mostra personale attirò l’attenzione dei principali critici. Nel corso degli anni Venti e Trenta espose regolarmente nei maggiori saloni parigini, tra cui il Salon des Tuileries e il Salon d’Automne. Entrò a far parte del milieu artistico cosmopolita noto come École de Paris, una comunità composta in gran parte da artisti stranieri per i quali Parigi rappresentava sia libertà artistica sia scambio culturale. Durante gli anni Trenta la posizione professionale di Gluckmann continuò a rafforzarsi e nel 1937 gli fu conferita la Medaglia d’Oro al Salon di Parigi, uno dei riconoscimenti più significativi della sua carriera europea. Questi anni furono caratterizzati da un’intensa attività espositiva e da una crescente visibilità sulla scena artistica parigina: in quel periodo dipinse strade e caffè parigini, folle di abitanti della città e scene di vita urbana. In alcune composizioni raffigurò nudi femminili sensuali ed episodi della Parigi notturna. Due opere di questo ciclo, Rêverie (Due donne al caffè) e Un angolo di Parigi sono esposte in mostra. Lo scoppio della Seconda guerra mondiale lo costrinse nuovamente all’esilio. Dopo un periodo nel sud della Francia, nel 1941 emigrò negli Stati Uniti con l’aiuto del violinista Jascha Heifetz, che sarebbe diventato uno dei suoi più importanti collezionisti. Si stabilì tra New York e Los Angeles, dividendo il suo tempo tra le due città. Nel 1945 ricevette il Watson F. Blair Prize dall’Art Institute of Chicago, nel 1948 fu nominato Respected Fellow della Royal Society of Art di Londra e nel 1968 divenne membro della Benjamin Franklin Society of Art. Dagli anni Quaranta fino ai primi anni Settanta rimase impegnato nell’attività espositiva e nella produzione artistica negli Stati Uniti. Grigory Gluckmann morì nel 1973. 

La sua carriera, che si estese tra Russia, Germania, Italia, Francia e Stati Uniti, riflette la storia più ampia dell’esilio artistico e della migrazione culturale del Novecento. Le sue opere sono conservate in collezioni pubbliche e private in Europa e negli Stati Uniti, e la sua eredità continua a essere oggetto di rilettura nel contesto della pittura figurativa moderna e della storia dell’arte dell’emigrazione. Scrive la curatrice Daria Jorioz: “Di Gluckmann mi affascinano la qualità pittorica, la lucentezza delle superfici, la raffinata originalità dei cromatismi, l’indubbia padronanza delle tecniche antiche, la maestria e la compostezza della composizione, ma, soprattutto, il sottile velo di malinconia e tristezza che ne ammanta i dipinti. Le donne che abitano le sue tavole sono al contempo eteree creature del passato e figure contemporanee di raffinata complessità psicologica, per un verso archetipi di un tempo sospeso ma anche persone che percepiamo come reali, inserite in interni riconoscibili per quanto solo suggeriti.” Tra i soggetti prediletti da Gluckmann vi sono le scene di balletto che rinviano a un primo sguardo a Edgar Degas e rivelano la sua attenzione per momenti di attesa dietro le quinte, dove le figure sono raffigurate con le loro fragilità interiori come in Grandi aspettative, Sogni di domani e Prima apparizione, opere presentate in mostra. Nel trattamento del nudo femminile, Gluckmann si rifaceva alle tecniche degli antichi maestri. La materia preziosa e smaltata delle tavole dipinte rinvia alla tecnica ad olio su supporto ligneo dei maestri antichi, fatta di sovrapposizioni di sottilissimi impasti: una scelta che raggiunge esiti altissimi in un’opera della maturità assegnabile al periodo americano, dal titolo Composition, presente in mostra.

Per informazioni: Regione autonoma Valle d'Aosta, Assessorato Istruzione, Cultura e Politiche identitarie, Struttura Attività espositive e promozione identità culturale, 0165.275937, Museo Archeologico Regionale Piazza Roncas 12, Aosta 0165.275902. 

mercoledì 22 aprile 2026

Biella

Al Polo Culturale di Biella Piazzo, dal 25 aprile al 19 luglio 2026, ritorna Selvatica. Arte e Natura in Festival, l’evento biennale interamente dedicato alla natura e all’ambiente. Gli storici palazzi Gromo Losa e Ferrero sono pronti a ospitare artisti, fotografi, creativi e ricercatori in un insieme di proposte che coniugano mostre di pittura, fotografia, scultura, laboratori didattici ed eventi collaterali, tutti uniti da un unico grande fine: la salvaguardia e la tutela dell’ambiente. Tra gli eventi di quest’anno va segnalato Audubon. Il grande racconto della natura la prima mostra in Italia dedicata allo statunitense John James Audubon, tra i più importanti artisti naturalisti della storia, famoso per le sue spettacolari illustrazioni dedicate agli uccelli del continente americano raccolte nel celebre e monumentale The Birds of America. A corollario di questa grande mostra, in esposizione le sculture di Alice Zanin dedicate all’opera del maestro naturalista. L’artista, che lavora principalmente con la carta e il bronzo, proporrà una serie di uccelli creati appositamente per Selvatica, in un suggestivo dialogo con i capolavori di Audubon esposti. Le mostre sono a cura di Lorenza Salamon. La sezione dedicata alla fotografia, curata da Fabrizio Lava, si apre con l’interessante mostra Poesia per la natura del fotografo cinese Zheng Xiaolin, un omaggio poetico con una serie di fotografie in bianco e nero, con trame delicate e toni unici, che raffigurano animali e paesaggi. Le opere scelte provengono da due libri che l’artista ha realizzato nell’arco di dieci anni di viaggi e ricerca fotografica. Come di consueto in mostra anche una ricca selezione di fotografie provenienti dal prestigioso concorso naturalistico tedesco Glanzlichter e non mancherà il Fotoclub Biella con una mostra in multivisione dei migliori scatti dedicati all’ambiente e alla natura. In mostra, sempre a cura di Lorenza Salamon, anche i lavori di Geremia Cerri, vincitore della scorsa edizione del concorso artistico Be Natural/Be Wild mentre a cura di Irene Finiguerr, si terrà la mostra di Anna Roberti. Inoltre, nei giardini di Palazzo Gromo Losa, il pubblico potrà ammirare l’installazione di Michela Cavagna The Sociable Waver. A Matter That Questions, in collaborazione con l’artista sonoro Emiliano Battistini, una scultura che nasce da una riflessione sul tema della co-abitazione e sulla difficoltà, nelle grandi città contemporanee, di individuare spazi neutri e non alienati. Tra gli eventi previsti anche la mostra scientifica Alieni. La conquista dell’Italia da parte di piante e animali introdotti dall’uomo a cura di Francesco Tomasinelli e Raffaella Fiore.


giovedì 9 aprile 2026

Melegnano

Si può amare qualcosa o qualcuno che ci sfugge o che non capiamo o che è lontano o che è soltanto un sogno. Sì, si può. Non è stato facile capire  Amy Winehouse, ma a volte non è necessario capire, basta solo lasciarsi andare, e poi seguirla libera, incosciente, innocente e selvaggia. Kajal Girl il nuovo singolo dei Three Seconds To Stop che riflette la sua figura così come lo spirito istintivo, spontaneo e caotico della band. Nella galleria delle protagoniste del nuovo EP Imaginary Passengers (Torpedo Records, 20026), tutto dedicato all’universo femminile, i Three Seconds To Stop riportano Amy dove si merita perché si è inventata un mondo tutto suo, folle e pericoloso, fragile e  fantastico. È stata l’ultima rock’n’roll star degna di questo nome, ma comunque vera. Bastava guardarla sulla copertina di Back to Black e non ci si poteva sbagliare: Amy è al centro, sguardo fiero, gambe in vista. È lei e in questo è stata insuperabile perché si è riconosciuta in quel personaggio ma è rimasta una ribelle che non teme paragoni e, può piacere o non piacere, ma è ancora unica. Con l’artwork a cura di Silvio Bottani, Kajal Girl è l’omaggio con cui i Three Seconds To Stop raccontano come Amy sia diventata un tatuaggio: ti tocca e non se ne va più. No, no, no.

martedì 31 marzo 2026

Opera

Nuovo appuntamento dal vivo per i Three Seconds To Stop alias 2ts al seguito del nuovo EP Imaginary Passengers (Torpedo Records, 2026) che suoneranno all’Armònia Music Bar di Opera (via Armando Diaz, 16, 3494719090) giovedì 9 aprile, a partire dalle ore 21.30. Imaginary Passengers arriva al culmine di un percorso di più di vent’anni di rock’n’roll che ha visto i Three Seconds To Stop attraversare le gestazioni degli album Three Seconds To Stop (2003), Stolen Moments (2011) e Awareness (2017), poi tutti raccolti in una card USB pubblicata nel 2023.  Le canzoni di Imaginary Passengers, incise essenzialmente live sono connesse da una moltitudine di riff chitarristici e da un lavorio ritmico incessante, ruotano con convinzione attorno alla figura femminile, omaggiata con The Thine Line, Cecilia e Kajal Girl, ispirata e dedicata ad Amy Winehouse, cantante straordinaria e personalità tanto tormentata quanto indimenticabile. Tra gli Imaginary Passengers è la presenza più vistosa, ma non è l’unica perché come dicono i 2ts che nello specifico sono Davide Boerchio (chitarra e voce), Stefano De Giorgi (chitarra), Fabio Fontana (basso), Davide Rolla alla batteria “in tutti questi anni di musica, ma anche nella vita di ognuno, chissà quante volte abbiamo sognato viaggi e quanti altri viaggiatori abbiamo incontrato con le speranze, le delusioni, i disastri, l’amore, il sesso, le sbronze, le disillusioni e le certezze”. Per ulteriori informazioni: Armònia Music Bar.

lunedì 23 marzo 2026

Kamen’ 68


Kamen’ è un’eccellenza culturale che da trentacinque anni senza interruzioni indaga con autorevolezza temi poetici e filosofici con un’eleganza e una trasparenza che hanno pochi eguali. Una dimensione che, in parallelo alla ricerca letteraria, sempre puntuale e raffinata, coltiva una rigorosa indipendenza. Negli anni hanno trovato spazio nelle pagine di Kamen’ riflessioni, carteggi, osservazioni, ricordi, aforismi, percorsi di un discorso ininterrotto che tocca tutti gli aspetti della vita culturale e artistica, dal giornalismo al teatro fino alla musica. Un lavoro assiduo e fermo nella sua qualità così come movimentato ed eclettico nella ricchezza delle proposte, tutte concentrate sulla linearità e sulla precisione delle pagine in bianco e nero, prive degli orpelli delle immagini e concentratissime sull’essenzialità e sui significati delle parole. L’unica concessione estetica sono le sgargianti vesti monocolore della copertina (in Kamen’ 68 viene sfoggiato un brillante rosso) che ormai sono una componente irrinunciabile della rivista, riconosciuta, nel 2021, per “l’alto valore culturale”. Per inciso, non contiene pubblicità e per questo meriterebbe pure una medaglia al valore. La prima parte di Kamen’ 68 è dedicata a Giuseppe Baretti, figura di intellettuale quanto mai necessaria essendo stato “fra i primi a cercare una critica letteraria moderna, intesa come genere letterario e come presa in esame della cultura e dei costumi in generale, ispirata alla difesa battagliera di un’arte eticamente utile”. Il saggio di Marino Alberto Balducci sul rapporto di Baretti con Dante è un’analisi ricchissima e luminosa che, tra l’altro, contiene un passaggio che è un ideale cardine con la seconda parte della rivista dove dice che “la poesia non è filosofia. La grande poesia è tutt’altro. È trascendimento dei limiti della ragione, dei suoi confini traslucidi: essa è amplificazione del nostro sentire (e dell’avvertire la verità nell’essenza profonda di questa, proprio attraverso il sentire) grazie alle immagini, ai miti, ai simboli più potenti e misteriosi”. È il caso specifico di Sarah Kirsch, un’importante voce del ventesimo secolo riportata all’attenzione dall’ottima selezione a cura di Paola Quadrelli, dove spicca tra, le altre liriche, Tramonta bel sole: “Tramonta bel sole, muori con meno arte, casa sfasciati non esitate: il mio delfino grigio ha raggiunta a nuoto l’altra costa. Ancora ieri soffiava mare dinanzi a sé, nuotava pieno di arte, frustava l’acqua, ora è via lontano, dicono, la nostra costa, incrostata di sale e vuota, ha perduto il suo delfino. Nessuno conosce una via di fuga”. Molto interessante anche La tesi di laurea di Nino Rota su Gioseffo Zarlino secondo la ricostruzione di Matteo Mario Vecchio che rispolvera una notevole digressione di Nino Rota, quanto mai adeguata alle forme esplorate da Kamen’: “La parola può essere non soltanto elemento di organicità espressiva: ma attraverso tale organicità essa può contribuire alla determinazione di un ordine, di una forma nello stesso lato puramente musicale di una composizione. Le corrispondenze, le alternative, i contrasti nella successione dei momenti espressivi musicali trovano nella parola una giustificazione e un’unità, che dalla corrispondenza esteriore si può estendere alla intima essenza musicale. In un secondo tempo si potrebbe quasi dire che la parola commenta la musica, e in certo senso, la spiega”. Per abbonamenti o ulteriori informazioni: Kamen’.

mercoledì 18 marzo 2026

Lonate Ceppino


Il Black Inside si è ormai imposto come una delle più importanti realtà per la musica dal vivo, per la raffinata ricerca e per la qualità delle proposte, sempre estranee alle mode e al mainstream corrente, e attentissime all’autenticità delle proposte. L’elenco degli show che hanno transitato sul palco del Black Inside è, da solo, la testimonianza di un’identità ben precisa, che è costruita concerto dopo concerto da una connessione diretta tra il pubblico e gli artisti in nome di una comune passione. Ancora di più per il programma primaverile di marzo e aprile, dove il Black Inside vira con decisione verso una corrente monografica, dedicando tutto il calendario a variopinte interpretazioni del blues. Anche qui, gli act proposti brillano per le soluzioni innovative, se non proprio originali, condivise all’interno delle comuni radici che affondano nei meandri della musica afroamericana. Primo testimone di questo approccio è Paolo Bonfanti che da anni ha allargato le sue indagini sonore, dal sound di New Orleans al dialetto genovese, dalla canzone d’autore italiana al rock’n’roll più sfrenato, rivelandosi un artista poliedrico e di rara intelligenza. Non è di meno Francesco Piu che ha saputo coniugare i tratti delle sue origini sarde con gli stili più energici e ruspanti del blues, collezionando una carriera discografica di tutto rispetto, ma soprattutto un impatto live davvero entusiasmante. Sulla stessa onda, ma con un’attenzione speciale al songwriting americano, è la ricerca di SirJoe Polito che si distingue anche per la dimestichezza tra la strumentazione acustica e quella elettrica, che si adatterà alla perfezione allo scenario del Black Inside.

Roma

Dal 23 marzo arriva su RaiPlay Sound Spudoratamente Liscio, il nuovo podcast Original firmato da Federica Manzitti: una spericolata incursione in cinque episodi nelle balere di oggi per raccontare una storia italiana e arrivata ben oltre i confini nazionali. Con la prospettiva di uno sguardo esterno alla Romagna, i cinque episodi del podcast Original RaiPlay Sound portano a scoprire quanto uno stile troppo frettolosamente percepito come provinciale, sia invece capace di rivelare insospettate virtù e giovanissimi cultori perché strettamente connesso a temi pertinenti col contemporaneo. Per esempio: la necessità di sfuggire alle logiche del mainstream, la pulsione verso un vero contatto umano, la valorizzazione delle competenze, la relazione con un territorio in fase di trasfigurazione non solo climatica, il tentativo d’inventare un nuovo modello economico. 

    La ricchezza di Spudoratamente Liscio si traduce anche in una moltitudine di ospiti tra cui Riccardo Tesi, Enrico Gabrielli, Mirko e Riccarda Casadei, Moreno il Biondo, Roberta Cappelletti, Mauro Ferrara, La Storia di Romagna, Fiorenzo Tassinari, Giordano Sangiorgi, Federico Savini, Emisurela, Santa Balera, Andrea Pollarini. E ancora una selezione dalle Teche Rai delle voci di Federico Fellini, Riccardo Muti, Raffaello Baldini, Lorenza Mazzetti e molti altri. Figlia della geniale capacità d’inventarsi un modo di stare al mondo e di affrontare le avversità, la musica da ballo romagnola è tutt’altro che un reperto del passato e Spudoratamente Liscio, attraverso testimonianze dirette e materiali d’archivio, racconta la gioia che si prova in balera e i suoi effetti febbrili. I cinque episodi sono caratterizzati dagli strumenti classici del liscio, il clarinetto, il violino e l’intera orchestra, la fisarmonica, la voce con l’espressione popolare e autentica del dialetto e il sassofono che porta a esplorare altri orizzonti, come se fosse una chiave d’accesso a un universo musicale in continua trasformazione. 

Il progetto è realizzato con la direzione artistica di Andrea Borgnino. L’editing è curato da Arianna Biagi e Paola Manduca, il sound design è firmato da Massimo Verolini, mentre la responsabile di produzione è Giulia Giannuli. Federica Manzitti, autrice e audio-documentarista, è stata premiata in importanti festival tra cui Ilpod 2025, Anello Debole 2019, Premio Capodistria 1999. Con Spudoratamente Liscio firma un racconto che intreccia memoria e presente, attraversando paesaggi concreti e insieme sognanti: dalle lunghe spiagge adriatiche alle colline friabili, fino alle nebbie che avvolgono una terra segnata anche dalle recenti alluvioni, dove l’acqua è da sempre risorsa e minaccia, e se è vero che le alluvioni fanno scivolare la Romagna dalla collina alla riviera come le note di una fisarmonica, dove trovare oggi quel genius loci che stregò anche Federico Fellini? Dopo aver inventato le cooperative, il Liscio e il turismo di riviera, il genio romagnolo suggerisce un modo per tenere il mondo a galla, e ballarci sopra, magari con un brindisi e un sorriso.