Testimoni di una longevità che ha pochi confronti nella storia del rock’n’roll, con mezzo secolo di attività alle spalle, i Mandolin’ Brothers scelgono di celebrarla nell’unico modo che conoscono e per cui si sono fatti apprezzare. Un nuovo disco, Restless, e la sua anteprima che avviene un sabato sera, proprio come il primo dicembre 1979 quando esordivano aprendo per l’altrettanto duratura e solidissima Treves Blues Band. “Di anni ne sono passati parecchi, di palchi ne abbiamo visti tanti e di note ne abbiamo prodotte a fiumi, ma l’emozione e la passione nel prendere in mano uno strumento per condividere i nostri sentimenti rimangono” dicono gli stessi Mandolin’ Brothers presentandosi per l’occasione e Restless non fa che confermare la sensazione di una band ancora vitale capace di moltiplicare le proprie passioni, da Dylan ripreso con Blind Willie McTell ai riff degli Stones ai groove dei Little Feat, in una manciata di canzoni costruite attorno a un suono naturale, spontaneo e autentico. L’essenza dei Mandolin’ Brothers, dovuta anche per la loro provenienza dall’entroterra pavese, è quella del droghiere del paese di provincia che affetta da tempo immemore lo stesso salame, ma ha comunque una fila nel suo negozio ad aspettarlo perché con quella qualità lì, e tagliato con quello stile, si trova soltanto lì, e il gusto ne guadagna. Restless, album numero sette, è la conferma a suo modo definitiva di quell’attitudine, molto casual nell’approccio, senza trucchi o maschere, ma molto, molto concreta nei risultati. Tanto è vero che per registrarlo i Mandolin’ Brothers non sono nemmeno andati tanto lontano da casa, affidandosi alle cure di Marco Alberto Matti al Casemate Recording Studio sulle colline al confine tra Lombardia e Piemonte, ma, a occhi chiusi, i suoni potrebbero rimbalzare benissimo dalle pareti di Big Pink, West Saugerties, stato di New York. Per il test definitivo, perché la vera vita di una rock’n’roll band è sul palco, i Mandolin’ Brothers non potevano scegliere un luogo migliore: il Black Inside di Lonate Ceppino è diventato nell’arco di pochi anni un punto di riferimento per la musica dal vivo di qualità proponendo una programmazione raffinata e divertente nello stesso tempo, prediligendo le proposte nostrane e alimentando un legame tra pubblico e musicisti dentro una “comunità elettrica”, come la definiscono loro stessi, che ne fanno un’oasi culturale da salvaguardare. Avvertenza importante: ci sono ancora una dozzina di posti disponibili, conviene senza dubbio prenotare.
lunedì 19 ottobre 2026
mercoledì 14 ottobre 2026
Collesalvetti
Oltre cento opere, di cui più di sessanta capolavori del tutto inediti, in mostra per riscoprire il talento e l’autonomia espressiva di Carlo Böcklin nel fecondo dialogo con il padre Arnold: dal 17 ottobre 2026 fino al 4 marzo 2027 la Pinacoteca Comunale Carlo Servolini, Collesalvetti (Li), ospita la mostra Carlo Böcklin: il segreto di Pan dal BOSCO SACRO alle rive del Tirreno. La rassegna costituisce una preziosa e suggestiva ouverture nel panorama degli studi simbolisti, accendendo finalmente i riflettori sulla personalità artistica di Carlo Böcklin, figlio del grande maestro svizzero Arnold. A lungo confinato all’ombra del "circolo magico" dell’atelier paterno, il giovane Böcklin svela in questo appuntamento la sua intima cifra espressiva attraverso un denso itinerario concepito dai curatori con un'evocativa struttura ad anello per celebrare il continuo dialogo intellettuale e umano tra padre e figlio, è articolato in quattro sezioni tematiche.
Promossa e organizzata dal Comune di Collesalvetti, e curata da Francesca Cagianelli, Emanuele Bardazzi e Andrea Muzzi, con il Patrocinio dell'Ambasciata Svizzera in Italia, Consolato Onorario di Svizzera a Firenze, della Regione Toscana, con il contributo di Fondazione Livorno e con il Media Partner Museo Ugo Guidi di Forte dei Marmi, la mostra si configura così come un appuntamento di assoluto rilievo scientifico e culturale per il territorio e per gli studi sul Simbolismo: un viaggio affascinante che per la prima volta ricompone l'eredità artistica di Carlo Böcklin tra memoria familiare, indipendenza stilistica e grande tradizione italiana. La mostra è aperta giovedì, sabato e domenica dalle 15.30 alle 18.30, l'ingresso è gratuito, per ulteriori informazioni: 0586.980227/980174 o Comune di Collesalvetti.
mercoledì 30 settembre 2026
Milano
Robert Doisneau, Scène de rue, anni Quaranta, 17×19,2 cm, stampa later alla gelatina ai sali d’argento su carta baritata mat,
collezione Rita e Riccardo Marone.
La mostra si propone come un’indagine sui profondi mutamenti sociologici che, negli ultimi quarant’anni, hanno ridefinito i confini e le rappresentazioni della prima e dell’ultima età della vita. Nello scenario occidentale contemporaneo, l’infanzia appare spesso iper-protetta ma isolata dietro gli schermi tecnologici e precocemente mercificata. Al contrario, la vecchiaia sembra aver smarrito lo status di "età della saggezza" per inseguire miti globalizzanti di eterna giovinezza. Per preservare l'autenticità del racconto, la curatrice ha scelto deliberatamente di escludere scatti degli ultimissimi anni, aggirando così le rigidità burocratiche del presente, per concentrarsi su mondi in cui il tempo è sospeso o in cui resiste un dialogo intergenerazionale diretto. Il fulcro della sezione contemporanea è composto dagli scatti di Max Baccetti, fotografo che pone l’essere umano al centro della propria fotografia di viaggio. La sua non è una fotografia di denuncia, ma di narrazione e partecipazione. Tra le foto scattate da Baccetti in Nepal nel 1993 ce n’è una che potrebbe rappresentare il pensiero poetico che sta dietro questa mostra. Vi sono ritratte un’anziana signora e una bambina. Entrambe sorridenti, presumibilmente felici. Tra loro c’è quasi sicuramente un rapporto di parentela, ma quello che si evince è un intenso dialogo tra generazioni. Nei suoi reportage in Nepal, in Mali e in Amazzonia, Baccetti non cerca la denuncia, ma la comprensione e la complicità: le sue immagini raccontano la maestosa e metafisica spiritualità dei vecchi saggi Dogon o l'affettuosa ingenuità dei bambini della foresta.
Edouard Boubat, Two Old Women Massif Auverge, anni Cinquanta, 20,5×29,5 cm, stampa alla gelatina ai sali d’argento su carta baritata mat vintage, collezione Rita e Riccardo Marone
Henry Cartier-Bresson, Parigi, anni Sessanta, 19×27 cm, stampa alla gelatina ai sali d’argento su carta baritata mat vintage,
collezione Rita e Riccardo Marone
Tra le altre opere in esposizione Paolo Simonazzi ne porta in mostra quattro realizzate a Cuba. Simonazzi indaga la dimensione dell’eventuale, l'improbabile, il provvisorio: il riferimento è alla vita, alla sua condizione di precarietà. Accanto a lui, Enzo Obiso è un autore raffinatissimo, che nel corso degli anni ha realizzato lavori significativi, importanti, in cui la figura dell’uomo nelle sue diverse età è determinante. Infine, Paola Mongelli, allieva di Obiso, espone due opere scattate in Benin nel 2004. I suoi piccoli soggetti, definiti "piccole divinità", affiorano in composizioni morbide dall'atmosfera onirica, traducendo l'essere umano in una spiritualità laica in cui l'uomo è solo parte del tutto. Altre immagini completano la mostra tra cui quelle di Giovanni Bartoli, Aldo Bonasia, Mario Cattaneo, Aldo Roveri, Antonio Sansone, Luciano D’Alessandro, Giuseppe Leone, Fausto Giaccone, Helen Levitt, Peter Moeschlin, Giulia Niccolai, Federico Patellani. La mostra, inoltre, documenta il ruolo della fotografia nel mutare le leggi sul lavoro minorile, a partire dagli storici scatti americani di Lewis Hine, passando per la partecipazione sociale dei bambini di Jack Delano e Mary Ellen Mark, fino alla sensibilizzazione in Italia guidata dalle immagini di Gabriella Mercadini, Enrico Pasquali, Barry Thumma e Tony Spina.
Per informazioni: Il ritmo della vita. Vecchi e bambini nella fotografia umanista del XX e XXI secolo
fino 16 ottobre 2026
CMC – Centro Culturale di Milano
Largo Corsia dei Servi, 4
20122 Milano MI
02 86455162 segreteria@cmc.milano.it
lunedì 14 settembre 2026
Castiraga Vidardo
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