domenica 6 settembre 2026

Milano

Sabato 19 settembre a via San Mamete 8 (angolo via Adriano), nello stabile popolare MM, sarà inaugurata la mostra collettiva Contact a San Mamete. Una casa senza pareti che è parte centrale del progetto Contact San Mamete, ideato dall’associazione City Art, allo scopo di promuovere le relazioni e la socialità all’interno degli stabili popolari, e in generale la comunicazione tra lo spazio domestico e quello pubblico. L’evento è parte del progetto Contact San Mamete, promosso dall’associazione City Art e finanziato da MM. Il giardino, la portineria, il cortile e le mura dello stabile saranno lo sfondo delle installazioni di otto artisti, che rifletteranno sulla congiunzione tra spazio privato e dell’incontro: Angelo Caruso, Gruppo Flessibile, Francesco Garbelli, Atefeh Kas, Pino Lia, Gabriele Mundula,  Premiata Ditta. I soci di City Art e gli artisti che partecipano al progetto Contact a San Mamete hanno inteso lavorare in diversi modi sulla frontiera tra interno ed esterno, tra pubblico e privato, sullo scambio tra storia e memoria. È qualcosa che va riallacciato con pazienza e mediato dalla bellezza dell’arte, in contesti dove a volte il disagio, la chiusura, l’età e la solitudine si fanno sentire è importante riportare la socialità e il dialogo. A questo scopo è stato concepito un progetto di arte pubblica, “per valorizzare il contesto, il territorio, e la cooperazione responsabile tra abitanti e passanti, alla ricerca di una comunità capace di trovare stupore nell’arte di stare insieme”, così nelle parole di Jacqueline Ceresoli, presidente onorario di City Art. Un’arte che sia inclusiva, che coltivi un luogo delle differenze culturali e sociali, che sia modalità di cura per una umanità migliore, ancora nelle parole di Ceresoli. Le installazioni costituiscono anche una lettura simbolica del condominio, delle sue storie, delle memorie, degli usi e delle potenzialità. Il duo artistico Premiata Ditta (Anna Stuart Tovini, Vincenzo Chiarandà) ha sempre proposto progetti partecipativi che hanno coinvolto altri artisti o il pubblico, utilizzando media diversi. Negli ultimi anni ha sviluppato un'opera articolata denominata Frottage. Un dispositivo socievole che consiste nel disegnare portoni e cancelli di diversi quartieri milanesi. In occasione della mostra Contact a San Mamete, Premiata Ditta propone il frottage dell'entrata del palazzo. Durante l’inaugurazione sarà eseguito il disegno e con-temporaneamente sviluppato un dialogo con alcuni abitanti del palazzo che racconteranno storie e aneddoti della casa nel tempo. Il disegno sarà infine appeso sulla sulla saracinesca della portineria. In La casa condivisa Atefeh Kas proporrà una versione di una casa non come rifugio ma come spazio di dialogo approntando un tendone in rete con un tappeto bianco all’interno del cortile. La casa viene generalmente definita come uno spazio privato: un luogo in cui ritirarsi dallo sguardo degli altri, trovare rifugio dal mondo esterno e costruire un confine tra la sfera pubblica e quella personale. Muri, porte e finestre sono gli strumenti che rendono possibile questa separazione, trasformando la casa in un territorio di intimità, sicurezza e appartenenza. Questo progetto nasce dal desiderio di ripensare il concetto di casa e di spostarne i confini. Cosa accadrebbe se la casa non fosse uno spazio di separazione, ma un luogo di incontro, dialogo e costruzione di relazioni? Se, invece di offrire un nascondiglio, rendesse possibile vedere ed essere visti, ascoltare ed essere ascoltati? Durante il periodo di permanenza dell’opera, gli abitanti del palazzo saranno invitati a entrare nello spazio, sostarvi, conversare tra loro e lasciare tracce delle proprie esperienze, memorie o riflessioni scrivendole su fogli di carta. Questi contributi verranno progressivamente affissi sulla struttura della tenda, dando forma a un archivio collettivo di voci, racconti e presenze. In questo modo, la tenda supera la sua funzione di semplice struttura fisica per diventare una casa temporanea e condivisa: una casa che non appa-tiene a un singolo individuo, ma a una comunità, e che trova il proprio significato attraverso la partecipazione e la presenza dei suoi abitanti.



Il presidente di City Art, Angelo Caruso, proporrà uno specchio che permetterà ai visitatori di essere ricompresi nel paesaggio vegetale dei banani e in una porzione di cielo, in un dispositivo poetico che invita a modificare il proprio punto di vista. Lo specchio, collocato ai piedi delle grandi foglie di banano, non restituisce un semplice riflesso, ma costruisce un’immagine inattesa in cui il cielo e la vegetazione sembrano fondersi in un’unica dimensione. L’opera trasforma un angolo di natura urbana in un luogo di contemplazione e di relazione: chi osserva è chiamato a riconoscersi all’interno del paesaggio, diventandone parte integrante. Il riflesso rompe la percezione ordinaria dello spazio e suggerisce un dialogo continuo tra realtà e immagine, tra ciò che è visibile e ciò che può essere immaginato. In questa installazione Caruso conferma la sua ricerca sull’arte pubblica come esperienza condivisa, capace di attivare una partecipazione spontanea e di valorizzare il contesto attraverso un gesto minimo ma carico di significato. Specchiarsi diventa così una metafora dell’incontro con l’altro e con l’ambiente: un invito a guardare il mondo con uno sguardo rinnovato, dove natura, città e osservatore si riflettono reciprocamente in un equilibrio fragile e sorprendente. Ancora i banani di San Mamete 8, questa presenza sorprendente, esotica e poetica, saranno al centro di un’altra opera, Eco, prima puntata del progetto Empatonauta. Lo scopo è inserire in luoghi caratterizzati da stati di incuria e degrado piccole installazioni  composte principalmente da corde nautiche di varie dimensioni rosse come il sangue ma, allo stesso tempo, consumate dal tempo. L’opera nasce dall’intuito e segue i punti energetici che vengono suggeriti dal contesto e, aggrappandosi ad elementi sia naturali che artificiali, evidenziando l’unione indissolubile tra uomo e natura, materia e spirito, mente e cuore.  dove l’artista Gabriele Mundula cercherà di tracciare in modo visibile tramite le corde nautiche rosse un flusso di energia. I banani hanno dei bulbi in crescita e terra fertile che li nutre ma hanno anche bisogno di energia. Per San Mamete 8, l’intuizione è nata dallo scorcio visivo creato dalla presenza di due alberi di banane posti nel cortile che si affacciano sul fronte strada. Guardando in terra nelle vicinanze si possono notare la presenza di bulbi in crescita che suggeriscono la presenza di un terreno fertile in cui l’energia scorre positivamente. In Tavola natura periferica di Pino Lia, sulla tavola imbandita, ma anche nelle calotte a terra, compaiono frammenti della natura, come bacche, licheni, radici, frutti, foglie, raccolti in loco. Quotidianamente a questi elementi (apparentemente secondari) diamo un’importanza marginale rispetto ad altri che sono ben più visibili. Ecco allora che ricollocati in un ambito di maggiore visibilità, suggeriscono nello spettatore una più forte consapevolezza del vivere in rapporto a ciò che lo circonda. L’installazione acquista valore di paesaggio, manifestando un’attenzione per la natura in toto e per la sua enorme vitalità, con la quale l’uomo è chiamato a interagire. Francesco Garbelli, in un intervento anch’esso in dialogo con il contesto, installerà lungo il muro del percorso verso il giardino che i bambini utilizzano per andare all’asilo simboli animali in pericolo di estinzione, secondo la cifra stilistica che lo caratterizza. Gruppo Flessibile propone in Spazio tangibile un percorso tattile che si snoda lungo il giardino dell’edificio e che invita a pensare un edificio abitato come un corpo. Ulteriori informazioni: City Art. 

venerdì 4 settembre 2026

Piacenza

La prima cosa che si nota sfogliando Immagini di una città. Piacenza, 2019-2025 è la mancanza di esseri umani. In tutta la Piacenza revisited da Paolo Ribolini c’è solo una ciclista in via Monte Carevolo, una donna sulla panchina in piazza Duomo e qualche altra ombra in lontananza, compresa una ragazza nell’ultima pagina all’incrocio tra via Borghetto e via Cittadella. È come se la città fosse stata colpita da una bomba al neutrone, uno dei tanti folli ordigni inventati nel ventesimo secolo, che, grazie alle sue radiazioni, colpiva gli esseri umani e lasciava intatte le infrastrutture. Per fortuna, Piacenza è stata soltanto ospite della creatività di Paolo Ribolini che, dalla sua quotidiana esperienza di reporter, sa che non si possono raccontare tutte le storie insieme e trovandosi a un bivio ha scelto di concentrarsi sulle geometrie della città, sulle linee urbane, sulle curve delle periferie, su scorci notturni dove la città è ritratta in una bellezza rarefatta, desertica e onirica come se fosse il set di un film di Fellini. Qualcosa deve essere successo nel tragitto tra Lodi, da dove parte di solito Paolo Ribolini, e Piacenza perché è una viaggio lineare, diritto e senza deviazioni, come se fosse una proiezione ortogonale a due dimensioni, mentre la sua visione di Piacenza è assonometrica perché la fotografia trova prospettive singolari in ogni angolo della città. E non soltanto in termini di spazio, ma anche di tempo: le scalinate e i portici di uno o due o più secoli fa, i palazzi di oggi e di domani, gli edifici in costruzione e quelli abbandonati, nella luce dell’alba o nel chiaroscuro del tramonto sembrano ricordare quello che diceva il pittore Francesco Clemente: “È davvero impossibile, dovunque ci si trovi, guardare un luogo mentre si è in quello stesso luogo. Bisogna guardarlo dall’esterno per vedere cosa c’è veramente”. Paolo Ribolini vede Piacenza da una posizione privilegiata e si permette di osservarne tutto uno spettro cromatico che nella realtà non è mai così in risalto, anche perché, prima di tutto, bisogna farci caso, e il più delle volte non basta neanche trovare il momento giusto. Bisogna crearlo. È così che Paolo Ribolini vive la fotografia, ovvero, per dirlo con le sue parole, “come esplorazione e documentazione della città, metodo del quale mi sono servito per realizzare il progetto, diviene una forma importante di testimonianza”. La coabitazione forzata di landscape e manscape, tra naturale e artificiale, tocca in un modo o nell’altro tutte le Immagini di una città: le distanze negli anni sono estreme e si vede nel contrasto tra vetro e acciaio e architetture romaniche ed è lì che la fotografia diventa espressione critica di un conflitto, dell’attrito tra l’essere umano e l’ambiente. I fiumi e i ponti, le strade e le ferrovie, le rive e le carreggiate, le insegne e gli alberi compongono una bellezza che bisogna saper vedere e osservando con scrupolo le Immagini di una città appare verosimile quello che scrive Enzo Latronico: “Fotografare è un atto di cura, di rispetto verso il mondo che ci circonda. È l’invito a rallentare, a porgere attenzione, a leggere la realtà con occhi nuovi. È il gesto gentile di un incontro tra il visibile e l’invisibile, tra la superficie delle cose e la profondità del tempo. Attraverso la fotografia, la città, il volto, il paesaggio diventano narrazioni. Storie mute che illuminate da uno sguardo sensibile ritrovano voce e vita. Così la fotografia diventa una mappa emozionale, una tessitura di ricordi, un ponte tra chi guarda e ciò che viene guardato”. Nella visione di Paolo Ribolini hanno un posto eccezionale le finestre, aperte o chiuse, appaiono come piccoli varchi verso le vite che nascondono, ma siamo in presenza di un osservatore molto discreto, il suo scoop è un angolo di luce che scopre i graffiti e i murales, i cavi dell’alta tensione e i cartelli stradali. Piacenza è una città di incroci, di passaggio ed è il movimento a definirla: per quanto dissimulati dell’accuratezza delle sfumature luminose colte da Paolo Ribolini i contrasti rimangono fortissimi e la città prende vita in un modo tutto suo perché come scrive Mauro Molinaroli: “Piacenza non si scompone e guarda altrove. E forse è proprio l’intimismo piacentino a precludere l’interesse di scrittori e registi. Piacenza non fa presa più di tanto. Su questa città le luci della ribalta raramente si sono accese”. È il destino di tante città della provincia, tutte molto simili, con i loro limiti e i loro pregi, i parcheggi desolati e i vicoli oscuri, i cancelli e i semafori, quell’impressione di trovarsi in uno spazio che muta senza cambiare, che resta sempre lo stesso eppure si porta via una parte di noi, che si accende proprio come si spegne. È proprio quella sensazione descritta alla perfezione da Robert Frost: “Ci lasciano alla strada che abbiamo presa così, come due sul cui conto si fossero sbagliati, che nell’angolo a volte ce ne stiamo acquattati, coi nostri ostili, erratici e serafici sguardi, tentiamo di non sentirci dimenticati”. È un momento difficile da cogliere, ancora di più da capire, ma nella Piacenza di Paolo Ribolini succede spesso e quando succede, wow, succede davvero.  

giovedì 3 settembre 2026

Castiraga Vidardo


Lasciati assalire, il romanzo di esordio di Michele Casiraghi, sarà presentato domenica 20 settembre a partire dalle ore 11.45 presso la comunità Il Pellicano, località Monte Oliveto, Castiraga Vidardo (Lo). Lasciati assalire (Manni, 144 pagine, 17,50 euro) è un romanzo singolare e sorprendente che tocca temi delicati e impegnativi con una sua particolare grazia: un falco pellegrino e il suo falconiere raccontano la propria esistenza in un’alternanza di flussi di coscienza e scene venatorie, compagni di caccia e sogni. Le due identità sembrano a tratti confondersi diventando indistinguibili. È un’educazione alla convivenza in cui l’animale impara ad adattarsi ai ritmi del suo padre-carceriere e scopre di amarlo, così come accade all’uomo, il quale guarda con orgoglio il falco che si perfeziona come predatore. Quasi fossero sedute di psicoanalisi, sono costretti a confrontarsi con ciò che sono, fino a una mutazione che apre alla possibilità di liberarsi dalle proprie catene e diventare altro.

martedì 11 agosto 2026

Codogno

Con una copertina brillante di giallo, giunge al numero 69, Kamen’, la rivista di poesia e filosofia diretta da Amedeo Anelli che si segnala sempre per l’originalità delle scelte e per l’accuratezza degli approfondimenti. La prima parte è dedicata a venti poesie di Peter Quintus Robert Anderson (a cura di Mara Boccaccio), autore sudafricano di “versi di desiderio e gratitudine, ma anche di testimonianza sociale e personale, meno confessionali rispetto alla poesia americana della metà del ventesimo secolo, ma capaci di spalancare il cuore umano nella sua risoluta speranza di una vita da non perdere o abbandonare. Si potrebbe parlare, non in senso tradizionale, di tenaci inni alla vita, perseveranti nell’accettarne in modo radicale tutte le sfumature, non coniugate secondo i principi di giusto o sbagliato, ma percepite nella loro totale enigmaticità”. Come si può intravedere in una delle liriche più avvincenti, Paese spezzato dove Peter Quintus Robert Anderson ci ricorda che il nostro “il nostro futuro giunse al volante nella notte”. È solo delle numerose e possibili visioni raccolte dalla selezione antologica di Kamen’ 69 che Mara Boccaccio si premura di sintetizzare così: “L’occhio del poeta non fa distinzione, ma calibra con perizia la luce che traversa la realtà e distilla ogni elemento per restituirlo al lettore non trasformato, ma più vero. La poesia, d’altro canto, è uno stato di necessità per Anderson, il suo modo di stare al mondo, ed è proprio da questa profonda esigenza che scaturisce il suo sguardo scevro di giudizio, uno sguardo inclusivo”. Lo si nota, in tutta evidenza, nei versi in conclusione a In corso: “Ed è una rivolta; stiamo tutti ridendo a crepapelle sotto le luci. C’è un’idea: tenersi per mano”. Un sottile, invisibile, ma chiarissimo filo collega la poesia di Peter Quintus Robert Anderson alla seconda parte di Kamen’ 69 che è occupata da una validissima e corposa analisi di O bella ciao rivista da un punto di vista storico e critico. Darko Suvin (nella traduzione di Daniela Marcheschi) introduce così la sua intensa disanima della canzone: “In questi ultimi orribili anni di epidemie mortali, dal Covid-19 a guerre in tre continenti fino al Trumpismo, sono arrivato ad affidarmi a tanta musica per una consolazione e uno stimolo. Ciò mi ha fatto giungere a una comprensione più piena della canzone popolare italiana e internazionale che parla di un partigiano della resistenza armata e della sua tomba: O bella ciao. Globalmente odiata e ostacolata dai governanti è stata tradotta ed eseguita con entusiastici battimani dall’Europa fino all’America latina e a molta parte dell’Asia, sebbene i cori la cantino pure in Africa”. Per abbonamenti e/o ulteriori informazioni: Libreria Ticinum Editore.