mercoledì 30 settembre 2026

Milano


Aldo V. Bonasia, Senza titolo (Napoli), anni Settanta, 33×24,3 cm, stampa alla gelatina ai sali d’argento su carta baritata vintage, 
collezione Rita e Riccardo Marone

Fino al 16 ottobre 2026, le sale del CMC, Centro Culturale di Milano, ospitano la mostra fotografica Il ritmo della vita. Vecchi e bambini nella fotografia umanista del XX e XXI secolo, una straordinaria mostra collettiva curata dalla storica dell'arte e curatrice Angela Madesani, organizzata da Franco Maria Ilardo. L'esposizione indaga i due estremi dell'esistenza, l’infanzia e la vecchiaia, mettendone in luce fragilità, purezza e mutamenti antropologici. Il percorso nasce da un’intuizione della curatrice a seguito di una ricerca sulle opere del fotografo toscano Max Baccetti, e si sviluppa intrecciando il suo lavoro con tre sensibili interpreti della fotografia contemporanea, Paolo Simonazzi, Enzo Obiso e Paola Mongelli, in dialogo con una colta selezione di capolavori storici vintage, dagli anni Quaranta ai primi anni Duemila, provenienti dalla prestigiosa collezione di Rita e Riccardo Marone.

Robert Doisneau, Scène de rue, anni Quaranta, 17×19,2 cm, stampa later alla gelatina ai sali d’argento su carta baritata mat, 

collezione Rita e Riccardo Marone.


La mostra si propone come un’indagine sui profondi mutamenti sociologici che, negli ultimi quarant’anni, hanno ridefinito i confini e le rappresentazioni della prima e dell’ultima età della vita. Nello scenario occidentale contemporaneo, l’infanzia appare spesso iper-protetta ma isolata dietro gli schermi tecnologici e precocemente mercificata. Al contrario, la vecchiaia sembra aver smarrito lo status di "età della saggezza" per inseguire miti globalizzanti di eterna giovinezza. Per preservare l'autenticità del racconto, la curatrice ha scelto deliberatamente di escludere scatti degli ultimissimi anni, aggirando così le rigidità burocratiche del presente, per concentrarsi su mondi in cui il tempo è sospeso o in cui resiste un dialogo intergenerazionale diretto. Il fulcro della sezione contemporanea è composto dagli scatti di Max Baccetti, fotografo che pone l’essere umano al centro della propria fotografia di viaggio. La sua non è una fotografia di denuncia, ma di narrazione e partecipazione. Tra le foto scattate da Baccetti in Nepal nel 1993 ce n’è una che potrebbe rappresentare il pensiero poetico che sta dietro questa mostra. Vi sono ritratte un’anziana signora e una bambina. Entrambe sorridenti, presumibilmente felici. Tra loro c’è quasi sicuramente un rapporto di parentela, ma quello che si evince è un intenso dialogo tra generazioni. Nei suoi reportage in Nepal, in Mali e in Amazzonia, Baccetti non cerca la denuncia, ma la comprensione e la complicità: le sue immagini raccontano la maestosa e metafisica spiritualità dei vecchi saggi Dogon o l'affettuosa ingenuità dei bambini della foresta.



Edouard Boubat, Two Old Women Massif Auverge, anni Cinquanta, 20,5×29,5 cm, stampa alla gelatina ai sali d’argento su carta baritata mat vintage, collezione Rita e Riccardo Marone


Henry Cartier-Bresson, Parigi, anni Sessanta, 19×27 cm, stampa alla gelatina ai sali d’argento su carta baritata mat vintage, 

collezione Rita e Riccardo Marone


Tra le altre opere in esposizione Paolo Simonazzi ne porta in mostra quattro realizzate a Cuba. Simonazzi indaga la dimensione dell’eventuale, l'improbabile, il provvisorio: il riferimento è alla vita, alla sua condizione di precarietà. Accanto a lui, Enzo Obiso è un autore raffinatissimo, che nel corso degli anni ha realizzato lavori significativi, importanti, in cui la figura dell’uomo nelle sue diverse età è determinante. Infine, Paola Mongelli, allieva di Obiso, espone due opere scattate in Benin nel 2004. I suoi piccoli soggetti, definiti "piccole divinità", affiorano in composizioni morbide dall'atmosfera onirica, traducendo l'essere umano in una spiritualità laica in cui l'uomo è solo parte del tutto. Altre immagini completano la mostra tra cui quelle di Giovanni Bartoli, Aldo Bonasia, Mario Cattaneo, Aldo Roveri, Antonio Sansone, Luciano D’Alessandro, Giuseppe Leone, Fausto Giaccone, Helen Levitt, Peter Moeschlin, Giulia Niccolai, Federico Patellani. La mostra, inoltre, documenta il ruolo della fotografia nel mutare le leggi sul lavoro minorile, a partire dagli storici scatti americani di Lewis Hine, passando per la partecipazione sociale dei bambini di Jack Delano e Mary Ellen Mark, fino alla sensibilizzazione in Italia guidata dalle immagini di Gabriella Mercadini, Enrico Pasquali, Barry Thumma e Tony Spina.


Per informazioni: Il ritmo della vita. Vecchi e bambini nella fotografia umanista del XX e XXI secolo

fino 16 ottobre 2026


CMC – Centro Culturale di Milano

Largo Corsia dei Servi, 4

20122 Milano MI

02 86455162 segreteria@cmc.milano.it 

lunedì 14 settembre 2026

Castiraga Vidardo


Il programma della tradizionale festa della comunità Il Pellicano, che raggiunge il trentacinquesimo anno di attività, si arricchisce di alcune iniziative rilevanti e strettamente legate alla storia della realtà di Castiraga Vidardo guidata da Peppo Castelvecchio. A fianco alla Santa Messa (ore 11) e al pranzo condiviso e offerto dalla comunità (ore 12.30), è prevista la mostra fotografica di Antonio Mazza, L’ultimo pasto e la presentazione del romanzo di Michele Casiraghi, Lasciati assalire. L’ultimo pasto o Denunce visive contro lo spreco e la fame nel mondo sono il frutto di una raffinata elaborazione artistica, ma anche di una rara sensibilità diventa una riflessione feroce su ciò che manca. Sulla fame. Sulla disuguaglianza. Sullo spreco quotidiano a cui non facciamo più caso. Le immagini, da un Frigo incatenato a un Torsolo di mela, da una Mosca sulla cena agli Avanzi nella spazzatura partono da suggestioni visive generate con l’intelligenza artificiale, poi trasformate dall’apprezzatissimo fotografo lodigiano Antonio Mazza in opere fisiche attraverso la stampa Polaroid, l’incisione sull’emulsione, la manipolazione manuale. Ogni scatto è un pezzo unico, un oggetto tangibile, costruito con lentezza e cura. Un ibrido tra futuro e memoria: non sono fotografie da incorniciare, ma ferite da non dimenticare. In un mondo che butta il pane e ignora la sete, le immagini che delineano L’ultimo pasto vogliono farsi ricordo e coscienza. La mostra (disponibile dalle ore 10.00) è bilingue (italiano e inglese) e sarà corredata di un pratico e utilissimo catalogo al modico prezzo di 5 euro.Michele Casiraghi, filmaker e fotografo milanese che ha una lunga consuetudine con la comunità Il Pellicano, dove ha girato e diretto il pluripremiato cortometraggio Adesso come adesso (2011), presenterà il suo primo romanzo Lasciati assalire, (Manni, 144 pagine, 17,50 euro), una storia singolare e sorprendente che tocca temi delicati e impegnativi con una sua particolare grazia: un falco pellegrino e il suo falconiere raccontano la propria esistenza in un’alternanza di flussi di coscienza e scene venatorie, compagni di caccia e sogni. Le due identità sembrano a tratti confondersi diventando indistinguibili. Il legame tra il documentario e il romanzo (la presentazione sarà alle ore 11.45) è così descritto nelle parole dello stesso Michele Casiraghi: “Con Adesso come adesso, la comunità, apparentemente luogo della diversità, diventava un osservatorio da cui guardare quelli che stavano fuori; alla fine non erano più così distinguibili. Gli ospiti cercavano un’altra vita, ma anche io, avevo rovesciato lo sguardo: chi è dentro? Chi è fuori? Chi è normale? Chi è privilegiato? In Lasciati assalire succede qualcosa di analogo: sembrano esserci categorie chiare: falconiere/falco, addestratore/addestrato, libertà/prigionia, bene/male, si crede di sapere chi educa e chi viene educato. Poi le identità si contaminano fino quasi a diventare indistinguibili”. Per la serie “scritture utili” e in omaggio al trentacinquesimo anniversario due autori lodigiani, Valerio Bricca e Marco Denti hanno dedicato altrettanti racconti (già disponibili, liberi e gratuiti, sul blog degli orti del Pellicano e scaricabili in formato PDF) dedicati alla vita in comunità. Le due storie, 2135 di Valerio Bricca e Un’aria pesante di Marco Denti sono opposte e complementari: 2135, come si evince dal titolo, è proiettata nel futuro dove le porte aperte della comunità dovranno affrontare problemi sempre più complessi; Un’aria pesante riporta invece alla primavera del 1986 quando la comunità, che in quell’epoca pionieristica viveva dei frutti della terra, dovette affrontare l’emergenza di Chernobyl. Ulteriori informazioni: Il Pellicano e/o Gli orti del Pellicano.

Castelfranco Veneto

(Mario Giacomelli, Apprendista, 1955, Eredi Mario Giacomelli © Simone Giacomelli)

Dal 12 settembre al 15 novembre 2026, le sale del Museo Casa Giorgione a Castelfranco Veneto, ospiteranno la mostra Fotografia italiana 1955. Gli uomini nuovi della fotografia e Gino Oliva a Castelfranco, curata dalla ricercatrice fotografica Simona Guerra. L’evento è promosso dal Comune di Castelfranco Veneto in collaborazione con il Circolo Fotografico El Paveion e l'Università Popolare, oltre a godere del patrocinio della S.I.S.F. (Società Italiana per lo Studio della Fotografia). Nel secondo dopoguerra, mentre l’Italia cercava faticosamente di ricostruire la propria identità sulle macerie del conflitto si consumava nel mondo dell’arte una silenziosa ma radicale rivoluzione visiva. La fotografia, finalmente libera da stilemi di regime e da retoriche di maniera, cominciava a guardare oltre i confini nazionali, desiderosa di confrontarsi con la scena internazionale. In questo scenario di rinnovamento culturale, la vera sorpresa non arrivò soltanto dai grandi centri metropolitani, ma risuonò con forza nei cenacoli e nei circoli di provincia. Tra questi, Castelfranco Veneto divenne un inaspettato e fertilissimo laboratorio d’avanguardia, un punto di ritrovo capace di generare idee, accendere discussioni e tracciare le nuove rotte dell'immagine italiana.


(Pio Baldo Camici, Trina fusa 1955 © Archivio Pio Baldo Camici Firenze)


Il cuore del percorso espositivo è costituito da circa cento opere, in grandissima parte scatti vintage originali dell'epoca e molti dei quali del tutto inediti, pazientemente rintracciati e selezionati da importanti archivi pubblici e privati, biblioteche e istituzioni di rilevanza nazionale. In mostra opere dei grandi fotografi che parteciparono alla rassegna come Fulvio Roiter, Giulio Parmiani, Paolo Monti, Carlo Bevilacqua, Ferruccio Ferroni, Piergiorgio Branzi, Paolo Bocci, Giovanni Salani, Alfredo Camisa, Pio Baldo Camici, Luciano Ferri, Francesco Giovannini, Toni del Tin, Nino Migliori, Gianni Berengo Gardin, Bruno Simoncelli, Mario de Biasi, Giuseppe Cavalli ed altri. Inoltre, in un contesto storico ancora fortemente segnato da una presenza quasi esclusivamente maschile, la mostra accende un riflettore ben distinto sul contributo femminile. Viene infatti riservato uno spazio di rilievo alle figure di Ada Gazzaniga, Laura Martinelli Stroili, Lavinia Ruggieri e Maria Sartori: quattro autrici che, con fare raro e pionieristico per i concorsi dell'epoca, seppero imporre la loro visione e la loro sensibilità poetica.


(Gino Oliva, Lourdes 1958 © Eredi Gino Oliva Castelfranco Veneto)


A completare il percorso espositivo, due ampie sezioni di approfondimento: una dedicata al Gino Oliva fotografo e intellettuale, l’altra all’esordio di Mario Giacomelli. Gino Oliva ebbe la straordinaria capacità di trasformare la cittadina veneta in un polo d'attrazione per i più talentuosi fotografi dell'epoca, intessendo con loro dialoghi personali e scambi d'idee. In questa sezione è presentata una selezione di suoi scatti, dai quali emerge come Oliva abbia fatto tesoro delle lezioni apprese dai grandi fotografi del suo tempo, che gli furono amici. La seconda sezione speciale, invece, ripercorre un episodio fondamentale nella storia della fotografia d'autore: l’esordio di Mario Giacomelli. Nel 1955, un giovanissimo Giacomelli, che aveva impugnato la macchina fotografica per la prima volta soltanto la vigilia di Natale del 1953, ricevette a Castelfranco il suo primo grande riconoscimento di livello nazionale. A intuirne immediatamente il genio fu Paolo Monti che lo definì “l'uomo nuovo della fotografia”. In mostra, una preziosa selezione di scatti ed esperimenti giovanili permette di ripercorrere i primissimi passi di quella che sarebbe diventata una delle ricerche interiori, poetiche e tormentate più iconiche della fotografia mondiale.


(Gianni Berengo Gardin, I cani ci guardano 1954 © Eredi Gianni Berengo Gardin)


Ad arricchire l'esperienza della visita è la presenza di un imponente e inestimabile patrimonio documentario. I visitatori potranno infatti ammirare da vicino i registri e gli appunti autografi stilati dai membri della giuria, le fitte corrispondenze epistolari tra gli organizzatori e gli artisti, oltre alle riviste d'epoca e ai cataloghi originali. Questo corpus di carteggi e documenti non rappresenta un semplice corredo decorativo, ma costituisce una chiave di lettura fondamentale per indagare le dinamiche umane, estetiche e concettuali di un'epoca in cui la fotografia cercava una nuova collocazione morale ed espressiva. Informazioni, prenotazioni, orari e biglietti su Museo Casa Giorgione, Castelfranco Veneto, Treviso, telefono: 0423/735626.

domenica 6 settembre 2026

Milano

Sabato 19 settembre a via San Mamete 8 (angolo via Adriano), nello stabile popolare MM, sarà inaugurata la mostra collettiva Contact a San Mamete. Una casa senza pareti che è parte centrale del progetto Contact San Mamete, ideato dall’associazione City Art, allo scopo di promuovere le relazioni e la socialità all’interno degli stabili popolari, e in generale la comunicazione tra lo spazio domestico e quello pubblico. L’evento è parte del progetto Contact San Mamete, promosso dall’associazione City Art e finanziato da MM. Il giardino, la portineria, il cortile e le mura dello stabile saranno lo sfondo delle installazioni di otto artisti, che rifletteranno sulla congiunzione tra spazio privato e dell’incontro: Angelo Caruso, Gruppo Flessibile, Francesco Garbelli, Atefeh Kas, Pino Lia, Gabriele Mundula,  Premiata Ditta. I soci di City Art e gli artisti che partecipano al progetto Contact a San Mamete hanno inteso lavorare in diversi modi sulla frontiera tra interno ed esterno, tra pubblico e privato, sullo scambio tra storia e memoria. È qualcosa che va riallacciato con pazienza e mediato dalla bellezza dell’arte, in contesti dove a volte il disagio, la chiusura, l’età e la solitudine si fanno sentire è importante riportare la socialità e il dialogo. A questo scopo è stato concepito un progetto di arte pubblica, “per valorizzare il contesto, il territorio, e la cooperazione responsabile tra abitanti e passanti, alla ricerca di una comunità capace di trovare stupore nell’arte di stare insieme”, così nelle parole di Jacqueline Ceresoli, presidente onorario di City Art. Un’arte che sia inclusiva, che coltivi un luogo delle differenze culturali e sociali, che sia modalità di cura per una umanità migliore, ancora nelle parole di Ceresoli. Le installazioni costituiscono anche una lettura simbolica del condominio, delle sue storie, delle memorie, degli usi e delle potenzialità. Il duo artistico Premiata Ditta (Anna Stuart Tovini, Vincenzo Chiarandà) ha sempre proposto progetti partecipativi che hanno coinvolto altri artisti o il pubblico, utilizzando media diversi. Negli ultimi anni ha sviluppato un'opera articolata denominata Frottage. Un dispositivo socievole che consiste nel disegnare portoni e cancelli di diversi quartieri milanesi. In occasione della mostra Contact a San Mamete, Premiata Ditta propone il frottage dell'entrata del palazzo. Durante l’inaugurazione sarà eseguito il disegno e con-temporaneamente sviluppato un dialogo con alcuni abitanti del palazzo che racconteranno storie e aneddoti della casa nel tempo. Il disegno sarà infine appeso sulla sulla saracinesca della portineria. In La casa condivisa Atefeh Kas proporrà una versione di una casa non come rifugio ma come spazio di dialogo approntando un tendone in rete con un tappeto bianco all’interno del cortile. La casa viene generalmente definita come uno spazio privato: un luogo in cui ritirarsi dallo sguardo degli altri, trovare rifugio dal mondo esterno e costruire un confine tra la sfera pubblica e quella personale. Muri, porte e finestre sono gli strumenti che rendono possibile questa separazione, trasformando la casa in un territorio di intimità, sicurezza e appartenenza. Questo progetto nasce dal desiderio di ripensare il concetto di casa e di spostarne i confini. Cosa accadrebbe se la casa non fosse uno spazio di separazione, ma un luogo di incontro, dialogo e costruzione di relazioni? Se, invece di offrire un nascondiglio, rendesse possibile vedere ed essere visti, ascoltare ed essere ascoltati? Durante il periodo di permanenza dell’opera, gli abitanti del palazzo saranno invitati a entrare nello spazio, sostarvi, conversare tra loro e lasciare tracce delle proprie esperienze, memorie o riflessioni scrivendole su fogli di carta. Questi contributi verranno progressivamente affissi sulla struttura della tenda, dando forma a un archivio collettivo di voci, racconti e presenze. In questo modo, la tenda supera la sua funzione di semplice struttura fisica per diventare una casa temporanea e condivisa: una casa che non appa-tiene a un singolo individuo, ma a una comunità, e che trova il proprio significato attraverso la partecipazione e la presenza dei suoi abitanti.



Il presidente di City Art, Angelo Caruso, proporrà uno specchio che permetterà ai visitatori di essere ricompresi nel paesaggio vegetale dei banani e in una porzione di cielo, in un dispositivo poetico che invita a modificare il proprio punto di vista. Lo specchio, collocato ai piedi delle grandi foglie di banano, non restituisce un semplice riflesso, ma costruisce un’immagine inattesa in cui il cielo e la vegetazione sembrano fondersi in un’unica dimensione. L’opera trasforma un angolo di natura urbana in un luogo di contemplazione e di relazione: chi osserva è chiamato a riconoscersi all’interno del paesaggio, diventandone parte integrante. Il riflesso rompe la percezione ordinaria dello spazio e suggerisce un dialogo continuo tra realtà e immagine, tra ciò che è visibile e ciò che può essere immaginato. In questa installazione Caruso conferma la sua ricerca sull’arte pubblica come esperienza condivisa, capace di attivare una partecipazione spontanea e di valorizzare il contesto attraverso un gesto minimo ma carico di significato. Specchiarsi diventa così una metafora dell’incontro con l’altro e con l’ambiente: un invito a guardare il mondo con uno sguardo rinnovato, dove natura, città e osservatore si riflettono reciprocamente in un equilibrio fragile e sorprendente. Ancora i banani di San Mamete 8, questa presenza sorprendente, esotica e poetica, saranno al centro di un’altra opera, Eco, prima puntata del progetto Empatonauta. Lo scopo è inserire in luoghi caratterizzati da stati di incuria e degrado piccole installazioni  composte principalmente da corde nautiche di varie dimensioni rosse come il sangue ma, allo stesso tempo, consumate dal tempo. L’opera nasce dall’intuito e segue i punti energetici che vengono suggeriti dal contesto e, aggrappandosi ad elementi sia naturali che artificiali, evidenziando l’unione indissolubile tra uomo e natura, materia e spirito, mente e cuore.  dove l’artista Gabriele Mundula cercherà di tracciare in modo visibile tramite le corde nautiche rosse un flusso di energia. I banani hanno dei bulbi in crescita e terra fertile che li nutre ma hanno anche bisogno di energia. Per San Mamete 8, l’intuizione è nata dallo scorcio visivo creato dalla presenza di due alberi di banane posti nel cortile che si affacciano sul fronte strada. Guardando in terra nelle vicinanze si possono notare la presenza di bulbi in crescita che suggeriscono la presenza di un terreno fertile in cui l’energia scorre positivamente. In Tavola natura periferica di Pino Lia, sulla tavola imbandita, ma anche nelle calotte a terra, compaiono frammenti della natura, come bacche, licheni, radici, frutti, foglie, raccolti in loco. Quotidianamente a questi elementi (apparentemente secondari) diamo un’importanza marginale rispetto ad altri che sono ben più visibili. Ecco allora che ricollocati in un ambito di maggiore visibilità, suggeriscono nello spettatore una più forte consapevolezza del vivere in rapporto a ciò che lo circonda. L’installazione acquista valore di paesaggio, manifestando un’attenzione per la natura in toto e per la sua enorme vitalità, con la quale l’uomo è chiamato a interagire. Francesco Garbelli, in un intervento anch’esso in dialogo con il contesto, installerà lungo il muro del percorso verso il giardino che i bambini utilizzano per andare all’asilo simboli animali in pericolo di estinzione, secondo la cifra stilistica che lo caratterizza. Gruppo Flessibile propone in Spazio tangibile un percorso tattile che si snoda lungo il giardino dell’edificio e che invita a pensare un edificio abitato come un corpo. Ulteriori informazioni: City Art.