La prima cosa che si nota sfogliando Immagini di una città. Piacenza, 2019-2025 è la mancanza di esseri umani. In tutta la Piacenza revisited da Paolo Ribolini c’è solo una ciclista in via Monte Carevolo, una donna sulla panchina in piazza Duomo e qualche altra ombra in lontananza, compresa una ragazza nell’ultima pagina all’incrocio tra via Borghetto e via Cittadella. È come se la città fosse stata colpita da una bomba al neutrone, uno dei tanti folli ordigni inventati nel ventesimo secolo, che, grazie alle sue radiazioni, colpiva gli esseri umani e lasciava intatte le infrastrutture. Per fortuna, Piacenza è stata soltanto ospite della creatività di Paolo Ribolini che, dalla sua quotidiana esperienza di reporter, sa che non si possono raccontare tutte le storie insieme e trovandosi a un bivio ha scelto di concentrarsi sulle geometrie della città, sulle linee urbane, sulle curve delle periferie, su scorci notturni dove la città è ritratta in una bellezza rarefatta, desertica e onirica come se fosse il set di un film di Fellini. Qualcosa deve essere successo nel tragitto tra Lodi, da dove parte di solito Paolo Ribolini, e Piacenza perché è una viaggio lineare, diritto e senza deviazioni, come se fosse una proiezione ortogonale a due dimensioni, mentre la sua visione di Piacenza è assonometrica perché la fotografia trova prospettive singolari in ogni angolo della città. E non soltanto in termini di spazio, ma anche di tempo: le scalinate e i portici di uno o due o più secoli fa, i palazzi di oggi e di domani, gli edifici in costruzione e quelli abbandonati, nella luce dell’alba o nel chiaroscuro del tramonto sembrano ricordare quello che diceva il pittore Francesco Clemente: “È davvero impossibile, dovunque ci si trovi, guardare un luogo mentre si è in quello stesso luogo. Bisogna guardarlo dall’esterno per vedere cosa c’è veramente”. Paolo Ribolini vede Piacenza da una posizione privilegiata e si permette di osservarne tutto uno spettro cromatico che nella realtà non è mai così in risalto, anche perché, prima di tutto, bisogna farci caso, e il più delle volte non basta neanche trovare il momento giusto. Bisogna crearlo. È così che Paolo Ribolini vive la fotografia, ovvero, per dirlo con le sue parole, “come esplorazione e documentazione della città, metodo del quale mi sono servito per realizzare il progetto, diviene una forma importante di testimonianza”. La coabitazione forzata di landscape e manscape, tra naturale e artificiale, tocca in un modo o nell’altro tutte le Immagini di una città: le distanze negli anni sono estreme e si vede nel contrasto tra vetro e acciaio e architetture romaniche ed è lì che la fotografia diventa espressione critica di un conflitto, dell’attrito tra l’essere umano e l’ambiente. I fiumi e i ponti, le strade e le ferrovie, le rive e le carreggiate, le insegne e gli alberi compongono una bellezza che bisogna saper vedere e osservando con scrupolo le Immagini di una città appare verosimile quello che scrive Enzo Latronico: “Fotografare è un atto di cura, di rispetto verso il mondo che ci circonda. È l’invito a rallentare, a porgere attenzione, a leggere la realtà con occhi nuovi. È il gesto gentile di un incontro tra il visibile e l’invisibile, tra la superficie delle cose e la profondità del tempo. Attraverso la fotografia, la città, il volto, il paesaggio diventano narrazioni. Storie mute che illuminate da uno sguardo sensibile ritrovano voce e vita. Così la fotografia diventa una mappa emozionale, una tessitura di ricordi, un ponte tra chi guarda e ciò che viene guardato”. Nella visione di Paolo Ribolini hanno un posto eccezionale le finestre, aperte o chiuse, appaiono come piccoli varchi verso le vite che nascondono, ma siamo in presenza di un osservatore molto discreto, il suo scoop è un angolo di luce che scopre i graffiti e i murales, i cavi dell’alta tensione e i cartelli stradali. Piacenza è una città di incroci, di passaggio ed è il movimento a definirla: per quanto dissimulati dell’accuratezza delle sfumature luminose colte da Paolo Ribolini i contrasti rimangono fortissimi e la città prende vita in un modo tutto suo perché come scrive Mauro Molinaroli: “Piacenza non si scompone e guarda altrove. E forse è proprio l’intimismo piacentino a precludere l’interesse di scrittori e registi. Piacenza non fa presa più di tanto. Su questa città le luci della ribalta raramente si sono accese”. È il destino di tante città della provincia, tutte molto simili, con i loro limiti e i loro pregi, i parcheggi desolati e i vicoli oscuri, i cancelli e i semafori, quell’impressione di trovarsi in uno spazio che muta senza cambiare, che resta sempre lo stesso eppure si porta via una parte di noi, che si accende proprio come si spegne. È proprio quella sensazione descritta alla perfezione da Robert Frost: “Ci lasciano alla strada che abbiamo presa così, come due sul cui conto si fossero sbagliati, che nell’angolo a volte ce ne stiamo acquattati, coi nostri ostili, erratici e serafici sguardi, tentiamo di non sentirci dimenticati”. È un momento difficile da cogliere, ancora di più da capire, ma nella Piacenza di Paolo Ribolini succede spesso e quando succede, wow, succede davvero.

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